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Viaggio | Visita a Huangguoshu

Pubblicato il 2026-07-17 Viaggio 

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Il quarto giorno dell’ultimo mese d’estate mi sono messo in cammino. Il giorno precedente ero partito da Guiyang verso sud-est, fino ad Anshun; dopo un’altra ora di viaggio avevo raggiunto Huangguoshu. Ho trascorso la mattina a riposare in albergo, recuperando le forze prima di uscire.

Huangguoshu è da tempo chiamata la più grande cascata dell’Asia, e i visitatori vi giungono senza sosta. L’area panoramica dispone di più ingressi ed è amministrata con ordine. Dal centro visitatori partono autobus per i tre luoghi principali: Doupotang, il Ponte Tianxing e la Grande Cascata.

Il giorno precedente avevo già visitato Doupotang. Era piena estate, con il sole cocente e una folla fittissima. Stanco per il viaggio, mi ero limitato a un rapido sguardo prima di tornare indietro, senza riuscire a osservare con calma.

Questa mattina sono tornato al centro visitatori e mi sono diretto alla Grande Cascata. Xu Xiake, viaggiatore dell’epoca Ming, visitò un tempo questi luoghi e ne celebrò la potenza nei suoi diari. Vedendola con i miei occhi, ho compreso che le sue parole non erano esagerate. Sebbene la folla ostruisse il sentiero e le voci non cessassero mai, l’acqua precipitava dalla parete come una striscia di seta bianca sospesa nel vuoto. Gli spruzzi risalivano e la nebbia riempiva l’aria; la forza era tale da far dimenticare in un istante il frastuono del mondo umano.

Xu Xiake scrisse che pareva composta da diecimila drappi di seta di sirena stesi davanti a una porta; la caduta verticale non si poteva misurare in tese, perle e giada si frantumavano, e gli spruzzi risalivano come fumo verso il cielo, in una furia magnifica. Soltanto trovandomi lì ho capito che ciò che egli vide secoli fa è ancora presente oggi.

La Grande Cascata
Figura 1. Fotografia scattata dalla sesta piattaforma panoramica.

Per la Grotta della Cortina d’Acqua era necessaria la prenotazione. Non l’avevo effettuata e non ho potuto entrare: un vero peccato.

Dopo una breve pausa in albergo nel primo pomeriggio, sono ripartito verso il Ponte Tianxing. A dispetto del nome, si tratta in realtà di una vasta area panoramica, con sentieri che seguono per lo più la montagna. All’ingresso vedevo soltanto rocce disordinate ai lati del cammino e grandi alberi che nascondevano il cielo. Mi sembrava un bosco qualunque e lo trovavo poco interessante.

Dopo un centinaio di metri, però, il sentiero ha cominciato a serpeggiare fra lastre di pietra. Camminarvi evocava la dimora di un antico eremita. Si udiva il mormorio dell’acqua; gli alberi intrecciavano le ombre, e le cicale cantavano insieme alla pioggia. D’un tratto il luogo appariva appartato e quieto.

Eppure, ogni poche centinaia di passi sorgeva un negozio di cibo, bevande fredde o souvenir. I visitatori si fermavano e le grida dei venditori non cessavano. Spesso avevo l’impressione di visitare non tanto un paesaggio quanto un’attività commerciale, non tanto di viaggiare quanto di partecipare a un percorso turistico accuratamente allestito.

Per fortuna il sentiero seguiva ancora la forma del terreno, senza trasformarsi in una larga strada scavata nella montagna. Quando un masso ostruiva il passaggio bisognava voltarsi di lato o chinare il capo. Nel camminare rimaneva ancora qualcosa di selvatico.

Purtroppo, molte piante e rocce del tutto comuni erano state forzatamente trasformate in attrazioni e dotate di un nome. Ai miei occhi restavano oggetti ordinari; nominarli a tutti i costi sottraeva loro il fascino naturale, come aggiungere zampe al disegno di un serpente.

Dopo circa un’ora sono giunto alla Grotta Tianxing. L’ingresso, stretto e allungato, permetteva il passaggio di una sola persona e saliva tortuoso per poco più di venti metri. Altri trenta metri conducevano a un’apertura improvvisa. Stalattiti pendevano dall’alto e stalagmiti si levavano in schiere. La grotta appartiene allo stesso paesaggio carsico di Zhijin; benché molto più piccola, resta una meraviglia.

Uscito dalla grotta, ho camminato ancora per circa un’ora. Il rumore dell’acqua cresceva a poco a poco, da un mormorio sottile a un rombo fragoroso. Girato un angolo di roccia, ho visto improvvisamente più correnti irrompere insieme. La cascata si chiama Catena d’Argento che Cade nello Stagno, e il nome le si addice. L’acqua colpiva le rocce, le onde e la schiuma bianca ribollivano, e la corrente precipitava assumendo la forma di un imbuto. La sua forza solenne mi ha trattenuto a lungo.

Restava ancora molto da camminare prima dell’uscita. Lungo la strada, donne del posto vendevano frutta e verdura. La maggior parte era di mezza età; alcune avevano già i capelli grigi e la schiena leggermente curva. Dal bus del ritorno le ho viste di nuovo, con cetrioli, angurie e altri prodotti mescolati a blocchi di ghiaccio nei cesti sulla schiena, mentre rientravano nell’area per venderli. Anche dall’ingresso occorrono più di dieci minuti di bus; per chi parte dai villaggi vicini, il percorso è di diversi li. Portare quel peso ogni giorno: non è difficile immaginare la fatica.

Quando sono tornato in albergo ero coperto di sudore, con gli arti tanto stanchi da reggermi appena. Si dice che in estate il Guizhou sia fresco come la primavera, ma l’ho trovato rovente, non diverso da Wenzhou. Salire e attraversare corsi d’acqua consumava ancora più energia. La cucina del Guizhou è spesso piccante; diversi compagni di viaggio hanno avuto disturbi allo stomaco, e nemmeno io li ho evitati.

Ripensando alla giornata, le montagne e i fiumi erano straordinari, le cascate possenti e le grotte profonde, ciascuna con il proprio carattere. Il viaggio è stato faticoso, ma non inutile.

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