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Chiacchiere | Bloccato a Pechino

Pubblicato il 2026-07-14

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A causa di un tifone, sono dovuto rimanere un giorno a Pechino. Dopo aver chiesto in giro per l’aeroporto come cambiare il volo e aver corso qua e là in preda alla confusione, sono finalmente riuscito a ottenere una notte in albergo come compensazione e un biglietto per il giorno seguente. Solo allora ho potuto tirare il fiato. Sistemata la questione, ho avuto il tempo di guardarmi intorno.

Appena uscito dall’aeroporto, un caldo umido mi si è arrampicato sulla pelle. Era estremamente sgradevole; non immaginavo che Pechino potesse essere così umida. L’immagine che ne conservavo risaliva ancora all’inverno del 2024, quando la visitai per la prima volta e trovai l’aria tanto secca da non riuscire a sopportarla. Davanti all’aeroporto, proprio al centro, sventolava la bandiera rossa a cinque stelle. In lontananza il cielo era grigio e cupo, coperto di nubi scure, come se stesse per piovere. L’asta saliva diritta nel mezzo di quel cielo e la bandiera si muoveva nel vento. Ero davvero tornato in Cina.

Pechino è immensa. In genere, intorno a un aeroporto situato in periferia non ci sono molti edifici. Qui è diverso. Dall’auto diretta all’albergo guardavo dal finestrino file ordinate di palazzi alti e strade larghe e pulite. Sulla mappa, Pechino si espande dal centro fino a formare un’enorme area urbana circolare. Per attraversarla in diagonale da un angolo all’altro servono almeno due ore.

Arrivato in albergo non avevo molta voglia di riposare. Ero venuto a Pechino da solo; non mi trovavo in centro, ma era comunque un’occasione rara per fare un giro.

La città sembrava progettata artificialmente. Dal punto in cui mi trovavo guardavo verso il biancore irraggiungibile della distanza: gli edifici ai due lati parevano usciti dallo stesso stampo. Ogni dieci passi c’era un parcheggio per biciclette condivise, ogni tre o quattrocento metri un incrocio.

I lampioni non si erano ancora accesi. Era piena estate e, benché fosse sera, la strada davanti a me restava visibile. Le vie intorno all’albergo erano vuote. Ho preso una bicicletta e sono partito con un’andatura incerta, cercando un luogo un po’ più animato.

Quasi tutte le auto erano elettriche, così ogni tanto un veicolo scivolava improvvisamente accanto a me nel silenzio. Esistevano corsie apposite per biciclette e scooter elettrici, ma bisognava comunque fare attenzione: molti correvano avanti in modo spericolato, soprattutto fattorini che avevano fretta di consegnare un ordine.

Due ragazzi con i capelli rasati e una maglietta bianca sedevano senza cerimonie su alcuni gradini. Le loro voci ruvide risuonavano in quel tratto di strada. Discutevano di quante bottiglie avrebbero bevuto più tardi e ogni tanto insultavano qualcosa o qualcuno. L’accento locale era interessante. Il mandarino standard deriva proprio dal dialetto di Pechino, eppure il modo di parlare dei pechinesi conserva un’intonazione particolare: la si riconosce subito, netta e curiosa.

Proseguendo, l’ambiente è diventato sempre più rumoroso. Ho superato un angolo, lasciato la bicicletta e fatto qualche passo. La strada era piena di gente e mi provocava vertigini. Una quantità enorme di suoni, movimenti ed espressioni mi veniva addosso tutta insieme. L’aria era ancora calda e umida, eppure molte persone camminavano vestite con grande cura.

All’ingresso di ogni ristorante c’era qualcuno, in abiti particolari, che chiamava i passanti. Accanto, un altoparlante annunciava i numeri della fila: «A15, prego, accomodarsi», o frasi simili, una ogni pochi secondi. Più di dieci locali vicini funzionavano nello stesso modo. Il risultato era stordente e finiva per far male alla testa. Quasi ogni negozio aveva un’insegna coperta di colori accesi; perfino gli abiti di alcuni fattorini riportavano offerte pubblicitarie. Oltre agli annunci della fila, mille altre trasmissioni occupavano ogni secondo dell’aria. Non bastava impadronirsi della vista: bisognava conquistare anche l’udito.

Le persone al lavoro qui davano un’impressione meccanica, oppure cercavano di compiacere gli altri in modo eccessivo. Correvano avanti e indietro con lo sguardo vuoto, sospinte dalla necessità di vivere. Il lavoro sembrava occupare ogni cosa nei loro occhi e una forza invisibile le obbligava a muoversi. Molti miei compagni d’infanzia hanno già iniziato a lavorare, mentre io continuo la vita scolastica. Guardando quelle persone provavo curiosità e anche un po’ di paura. Il lavoro è davvero così? È pieno di sofferenza? Bisogna attraversare il dolore per ricevere un salario? E quel salario vale davvero la fatica richiesta?

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