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Oggi torno in Cina in aereo, da solo. Probabilmente non ci mettevo piede da due o tre anni. L’immagine del paese nella mia mente è ormai composta interamente da frammenti trovati in rete, come la vetrata di una chiesa costruita con schegge di vetro colorato: abbagliante in certi punti, oscura in altri. Da lontano sembra chiara; avvicinandosi, diventa confusa e impossibile da distinguere.
Ricordo che Mishima scrisse in una sua autobiografia—o forse qualcuno lo raccontò in una biografia—di non amare i viaggi all’estero. Quando uno scrittore lascia la propria terra e si separa dalla lingua madre, diventa difficile produrre una prosa degna. Forse accade perché ogni ispirazione artistica viene attinta dalla vita. Abbandonare una memoria culturale condivisa per entrare in un luogo completamente diverso è come diventare un pesce fuori dall’acqua.
Eppure vivo all’estero da tanto tempo che Napoli stessa ha assunto qualcosa del sentimento della patria. Ho trascorso gran parte della giovinezza guardando il Vesuvio. Anche quando un viaggio altrove va bene, sento ormai di appartenere a questa terra. Allo stesso tempo non le appartengo: la mia lingua, il mio modo di pensare e la mia cultura restano cinesi. La contraddizione genera smarrimento e mi lascia incerto su quale parte possa davvero chiamare mia.
Detesto volare. Da bambino perfino un viaggio in autobus mi faceva vomitare e stare male. Ogni volta che partivamo, un adulto mi dava una caramella alla menta da tenere in bocca. Il sapore dolce e fresco si mescolava alla nausea del mal d’auto. Frenava il bisogno di vomitare, ma in qualche modo rendeva l’esperienza ancora più sgradevole.
L’aereo è peggio. Da Napoli non esistono voli diretti per la Cina, quindi devo prima viaggiare tre ore fino a Roma e poi, senza sosta, attraversare ogni controllo che l’aeroporto ha saputo inventare.
Poco dopo il decollo arrivano insieme il rumore, la nausea e il mal di testa. È una tortura. In quei momenti il desiderio più grande è chiudere gli occhi e addormentarmi subito, sperando che al risveglio l’aereo sia già atterrato. In realtà le cose non vanno quasi mai così: durante il volo rimango sempre sveglio.
Gli orari dei pasti a bordo sono strani. Non capisco quale fuso orario li determini; questa volta, per esempio, la cena è arrivata alle dieci del mattino secondo l’ora di Roma. A dire il vero, il cibo era buono—certamente migliore dei piatti costosi e sgradevoli venduti in aeroporto—ma non riuscivo a inghiottirlo. Appena il sapore grasso entrava in bocca, lo stomaco cominciava a muoversi e arrivava la nausea. Ho raschiato con il cucchiaio minuscole porzioni di un dolce solido e le ho mangiate a piccoli bocconi per ottenere un po’ di energia. Dopo pochi assaggi, ogni appetito è scomparso. Ammiravo i passeggeri intorno a me, capaci di continuare a mangiare normalmente, a grandi bocconi.
Oggi sono stato fortunato: i due posti accanto al mio erano vuoti, e avevo quindi tre sedili su cui riposare. Potersi sdraiare su un aereo è raro, ma nemmeno così riuscivo a dormire. Rannicchiarmi sui sedili non era mai comodo.
Per passare il tempo avevo scaricato tutta la serie di K-On!. Quando l’ho aperta, ho scoperto di aver dimenticato i sottotitoli cinesi. Quella che doveva essere una visione leggera si è trasformata subito in un esame di ascolto giapponese, e ogni interesse è svanito.
Una persona di successo—non ricordo chi—disse una volta di lavorare con la massima efficienza in aereo. Primo, nessuna informazione esterna può interromperlo: non deve temere una telefonata improvvisa e, dopo l’atterraggio, basta dire a chi ha scritto «Ero in volo», cosa che tutti comprendono. Secondo, non c’è altro da fare. Chiusi per più di dieci ore in un sedile stretto, con un computer davanti e senza internet, non resta che concentrarsi sul lavoro.
Forse per gli altri è davvero così. Prima di partire anch’io avevo immaginato che, dedicando l’intero volo allo studio, avrei potuto fare progressi straordinari. Ma dopo aver aperto un libro elettronico e aver cercato di leggere per mezz’ora, ho rinunciato con amarezza. Non riesco a studiare in un ambiente simile.
Eppure, oltre all’odio per il tempo trascorso a bordo, l’aereo suscita in me un’altra sensazione.
Un mezzo di trasporto porta una persona da un luogo a un altro. Anche i piedi sono un mezzo di trasporto, benché nella vita quotidiana seguano quasi sempre strade percorse infinite volte. Una volta, uscito da scuola, ho trovato all’improvviso il coraggio e la curiosità di tornare a casa a piedi dalla collina. Ho inserito l’indirizzo, guardato rapidamente il percorso e imboccato una strada che non avevo mai seguito. Camminare su una via sconosciuta era nuovo: le strade intorno, le persone che avrei potuto incontrare e i piccoli dettagli curiosi erano tutti imprevedibili.
Allo stesso modo, quando una volta sono salito su un autobus mai preso prima e sono stato trasportato verso un luogo ignoto, ho provato insieme paura e una forte attesa. I ricordi formati lungo quel percorso sono ancora vivi nella mia mente.
Anche questo aereo mi porta verso un luogo che non conosco, più lontano e ancora meno prevedibile. So già quale sarà la destinazione, eppure ciò che vedrò non può essere raggiunto dalla mia povera immaginazione. Sono come un sassolino raccolto da una spiaggia ordinaria e lanciato con forza in una direzione, fino a cadere in un posto del tutto estraneo, sul quale non ho mai lasciato traccia. Per un momento vengo estratto da una vita immutabile: i piedi toccano un terreno sconosciuto e gli occhi incontrano paesaggi nuovi. Davanti all’imprevisto, il pensiero perde un poco della propria rigidità stantia e lo spirito acquista un filo di vita.