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Ultimamente sento di aver recuperato un po’ di controllo sulla mia vita. Le cose intorno a me possono di nuovo essere influenzate da ciò che faccio. Questo mi ha dato fiducia e mi ha aiutato a risalire un poco dalla fossa della passività.
Dopo il calare della notte, i pensieri hanno cominciato ad arrivare tutti insieme. “Ispirazione” non è proprio la parola giusta: semplicemente non riuscivo a calmarmi, e frasi e idee affioravano una dopo l’altra, forse per effetto del sistema nervoso parasimpatico. Sentirle comparire e sapere che presto il tempo le avrebbe sepolte in fondo alla memoria mi sembrava un peccato; ho quindi deciso di annotarle.
Così è nato questo articolo: un luogo in cui conservare i pensieri che ogni tanto emergono e i piccoli avvenimenti della vita.
La chitarra della mia infanzia è tornata a casa. Mia madre me la regalò per un compleanno quando ero bambino. Allora tutti i coetanei intorno a me studiavano uno strumento per coltivare il proprio animo; trascinato da quella moda, anch’io ricevetti uno strumento tutto mio, una chitarra acustica.
Ha un aspetto semplice, come un romanzo tradizionale, e comunica un carattere schietto. Oggi mi piace proprio per questo, ma da piccolo non la sopportavo. Con l’arrivo della chitarra dovetti attraversare il caldo estivo per raggiungere l’insegnante e prendere lezioni. Allora mi sembrava una vera pena.
Il maestro amava la musica rock ed era pieno di entusiasmo per la chitarra; proprio per questo era particolarmente severo con gli allievi. Io avevo poca pazienza. La musica non mi interessava: pizzicare le corde e suonare mi sembrava uguale a svolgere una faccenda domestica, semplicemente noioso.
Durante le lezioni, il maestro parlava e la sua voce mi passava accanto alle orecchie. Tutta la mia attenzione era concentrata sulle lancette dell’orologio, nella speranza che girassero più in fretta e la lezione finisse prima. La percezione del tempo mi avvolgeva e rallentava ogni cosa. In quegli anni, il tempo era sempre difficile da consumare.
Con un simile atteggiamento, naturalmente, non imparai quasi nulla. Terminato il corso estivo, lasciai la chitarra in un angolo della casa a raccogliere polvere.
Forse l’anno scorso Bocchi the Rock! mi ha incoraggiato attraverso i suoi personaggi e la sua storia. Forse avevo anche acquisito una comprensione rozza ma più corretta della musica e delle discipline umanistiche. In ogni caso, è rinato un po’ di interesse e sono andato a recuperare la chitarra. Lo strumento abbandonato in quell’estate lontana era coperto di polvere, e tutte e sei le corde erano arrugginite.
Ho comprato corde nuove e ho cominciato a sostituirle. Cambiare le corde e accordare lo strumento mi aveva sempre spaventato: temevo che un errore facesse schioccare una corda contro di me. Girare le meccaniche sembrava come maneggiare il filo d’innesco di un esplosivo. Sapevo che, anche se mi avesse colpito, non avrebbe fatto troppo male; ma la paura non si lascia convincere in un istante. Per fortuna sono riuscito a completare il lavoro.
Ho pizzicato una corda. Il suono era bello. Ma dopo tanti anni avevo dimenticato ogni tecnica. Ho potuto soltanto cercare qualche guida e imitarla meccanicamente. Le dita non erano più agili come un tempo: si spostavano goffamente fra le corde e spesso producevano rumori indesiderati.
Ascoltando quella musica interrotta e sentendo le dita continuare a muoversi, anche i pensieri sono diventati un poco più quieti.