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Saggio | La metropolitana

Pubblicato il 2025-09-27 Saggio Pensieri 

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Da due settimane, per tornare da scuola prendo la metropolitana invece dello scuolabus.

Le lezioni terminano alle due. Uscito dal cancello, cammino per circa duecento metri e aspetto l’autobus. Rispetto al resto della città, gli autobus del Vomero sono abbastanza puntuali. Dopo una ventina di minuti scendo vicino alla stazione e percorro altri cinquecento metri fino alla metropolitana.

Casa mia si trova ai margini dell’area urbana, dove il trasporto pubblico è poco diffuso. Prendo quindi la metro fino alla stazione centrale di Garibaldi per mangiare. Finito il pranzo sono ormai le tre del pomeriggio. Se non ho altri impegni, esco dalla stazione e aspetto un autobus. In quella zona gli ingorghi sono frequenti e a volte l’attesa dura un’ora; il viaggio successivo ne consuma un’altra mezz’ora, così arrivo a casa quasi alle cinque.

Questo è l’orario prodotto dal nuovo tragitto dopo la scuola. Richiede certamente più tempo dello scuolabus, ma per me la metropolitana resta preferibile. Lo scuolabus va da un punto all’altro: oltre a salire e scendere, nulla del percorso è sotto il mio controllo. Mi trasporta secondo un accordo già stabilito e mi lascia al negozio, dove devo trascorrere il resto della giornata nel rumore e senza luce. In metropolitana, se una carrozza è troppo rumorosa, posso spostarmi o aspettare il treno successivo. Se qualcuno grida accanto al mio orecchio, posso allontanarmi e concentrarmi altrove sulle mie cose. Posso controllare una parte della mia vita.

Sentire la propria vita invasa è estremamente sgradevole. Ogni volta che mi occupo di qualcosa, un rumore entra inevitabilmente nelle mie orecchie, ma non posso ridurlo né allontanarmi dalla fonte. È come avanzare lungo una strada al proprio ritmo mentre il terreno comincia a salire, scendere e ondeggiare, costringendo i passi a diventare ora affrettati, ora lenti. La sensazione è semplicemente dolorosa. Vorrei raggiungere ciò che desidero seguendo il mio modo.

Il cambiamento ha portato anche un altro vantaggio: ora ho l’occasione di scambiare due o tre parole con qualcuno. A scuola, alcuni compagni studiano con me da sette anni e altri da tre, eppure, per qualche ragione, non riesco a fare nulla insieme a nessuno di loro. Spesso arrivo senza pronunciare una parola e me ne vado nello stesso modo. Per una persona normale non è una condizione sana. In un silenzio tanto lungo e rumoroso, la mente diventa facilmente sensibile e dolorante.

Le mie capacità sociali si sono certamente deteriorate molto, ma almeno ora posso dire una frase o due a chi viaggia con me. A cosa serve? Mi impedisce di continuare a galleggiare al di sopra della realtà. Muovermi e parlare nel mondo fisico mi aiutano a uscire un poco dall’illusione. I piedi sentono davvero il suolo, e l’attenzione può posarsi sulle cose intorno al corpo, invece di restare intrappolata nei minimi dettagli del comportamento altrui o nelle parole inutili lette in rete.

Bisogna agire sotto il proprio controllo, compiere attivamente ciò che si desidera. Agire passivamente produce soltanto altra passività, fino a perdere se stessi in una spirale discendente. Quando l’esitazione continua a circondare qualcosa che si vuole fare, occorre agire direttamente e lasciare che l’azione migliori la persona e le dia fiducia. La fiducia non può essere concessa dall’immaginazione; nasce soltanto dalla risposta all’azione. Anche un fallimento mostra quale sforzo è stato compiuto, invece di lasciare dietro di sé il nulla.

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