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Viaggio | Una gita a Firenze

Pubblicato il 2025-04-19 Viaggio 

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Sono partito in auto con la mia famiglia verso Civita di Bagnoregio. Sulla penisola appenninica il tempo primaverile era perfetto: cielo limpido, sole mite, una giornata adatta a viaggiare. Erano passati quattro mesi dall’ultima gita lontana, nell’inverno precedente, e non riuscivo a trattenere l’entusiasmo. La distanza, però, era notevole. Il paesaggio lungo l’autostrada colpiva lo sguardo, ma dopo ore di contemplazione continua finiva per diventare un poco monotono.

Lasciata l’auto, abbiamo preso un autobus fino all’ingresso. Attraverso un’apertura rettangolare larga circa due metri e alta tre, si poteva già vedere Civita. Ogni elemento superfluo sembrava cancellato: restavano soltanto il cielo azzurro, il bosco verde brillante e la fortezza sulla cima. Bastavano queste tre cose a comporre un’armonia.

Scendendo dall’ingresso sono giunto a una piattaforma di ghiaia, dove la vista si è aperta all’improvviso. Ho avuto subito la sensazione di essere entrato nel mondo formato da quei tre elementi. La strada davanti a me serpeggiava verso il basso, fino al ponte di pietra.

Civita sorge sulla sommità di un colle scosceso. Le rocce che la circondano difendono gli edifici con pendii quasi verticali: in passato doveva essere un luogo difficilissimo da espugnare. A causa dei dissesti geologici tutti gli abitanti abbandonarono il paese, che perse così la propria funzione originaria. Ne rimase un involucro formale, capace di mostrare una bellezza pura. Il ponte, sottile e lungo, è un cordone ombelicale che unisce il mondo terreno, corpo materno, a un regno della forma appena nato.

I visitatori andavano e venivano, affollando il ponte. Sebbene ricostruito con materiali moderni, ne è stata conservata la pendenza. Salendolo passo dopo passo, mi pareva di entrare in una cattedrale costruita insieme dalla natura e dall’uomo, consacrata alle imprese umane. Una volta dentro la città antica, separata dal tempo, ho però provato una certa delusione: il suo interno era ormai occupato dai commercianti. Una bella conchiglia sulla spiaggia, scomparsa la breve materia vivente che conteneva, dovrebbe conservare una bellezza eterna; qui invece un essere estraneo vi si era insediato con violenza, generando una nuova specie sgraziata.

Nata questa impressione, camminare fra gli edifici non era diverso dal passeggiare in un centro commerciale, e tutto diveniva noioso. Soltanto uscendo e osservando da una piattaforma abbastanza lontana, quando le tracce dell’intervento umano non erano più visibili, la bellezza perduta ricompariva: nella brezza, nella città antica illuminata dal sole.

Terminata la visita erano già le quattro del pomeriggio. Per via di un programma organizzato male, ci siamo rimessi in viaggio, stanchi, verso Siena, a cento li di distanza, per accompagnare mia cugina a vedere i cipressi divenuti celebri su internet.

L’auto si è fermata su una strada d’asfalto grigio. Davanti agli occhi si stendeva un azzurro profondo, come se il mare fosse stato capovolto sopra di noi. Nuvole sottilissime e lineari avanzavano lentamente come onde. Il confine indistinto di quell’oceano si fondeva con le montagne ricurve, dalle quali si apriva una grande pianura. Le case erano sparse sui prati verdi. Qua e là, alcuni stagni riposavano come specchi e riflettevano ogni cosa intorno. Era davvero uno splendido paesaggio, non diverso da quelli dipinti da Raffaello e dagli altri artisti del Rinascimento.

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